Negli ultimi giorni, si è parlato tanto di Baudr. Per chi si fosse perso tutta la storia, possiamo dire che tutto nasce da un ragazzo, uno streamer che lavora soprattutto su Twitch, conosciuto online come Grenbaud, che decide di offrire un servizio alla sua community: una app molto simile a una app di dating che i suoi spettatori avrebbero potuto utilizzare per fare amicizia e magari anche per far nascere un amore.

E decide di farlo da solo, utilizzando il vibe coding, in tempi brevissimi e con un investimento di qualche decina di euro.
Che poi (spostando il focus da un’altra parte) è quello che promettono in tanti “guru” online no? Quelli che ti dicono che con un abbonamento da 20 euro al mese hanno costruito una intera azienda che fattura milioni utilizzando agenti AI. E la gente abbocca. E gli da i soldi implorandolo “insegnami maestro!”
Ma torniamo al caso di cronaca: Grenbaud ha usato quello che oggi viene chiamato “Vibe Coding”. Di che di tratta? In pratica ci si siede davanti a un’intelligenza artificiale, le spiega “l’atmosfera” (il vibe, appunto) di ciò che vuole ottenere, e l’IA sputa fuori codice. Anche se, come me, siete delle scimmie che non hanno la più pallida idea di cosa significhi “programmare”.
La app viene sviluppata in pochi giorni, spesa minima e viene pubblicata. Quale è il problema? è che a pochi minuti dal lancio e con centinaia di ragazzi (anche molto giovani) iscritti, la app viene bucata e i dati degli iscritti vengono rubati. Profili, informazioni personali, fotografie, chat… tutte informazioni che la app utilizzava per cercare “persone simili a te” e che sono state prelevate senza alcuno sforzo. Forse il data breach più veloce della storia.
Poco dopo il lancio, esperti di sicurezza e curiosi hanno iniziato a guardare “sotto il cofano”. Cosa hanno trovato? Un disastro. I dati degli utenti erano praticamente alla portata di tutti, la sicurezza era inesistente e il sistema era un colabrodo tecnico. Quello che sembrava un social network finito era in realtà solo una facciata di cartone tenuta su dallo scotch.
Perchè è successo? Perchè non ci si è posti il problema della gestione dei dati, della cybersecurity, delle normative sulla responsabilità nel trattamento dei dati personali. Perchè non c’era nessun professionista dietro a una questione che, seppur presentata come “un gioco”, aveva delle implicazioni molto molto serie. E infatti adesso si è passati in tribunale.
La trappola del “Tutto Facile”
Il caso Baudr è il sintomo di una malattia che sta colpendo un sacco di gente e anche un sacco di imprenditori: la convinzione che l’IA sia la “scorciatoia definitiva”. È il mito del “zero competenze, minimo investimento, massimo risultato“.
E’ una narrazione tossica che cerca di veicolare che con 20 euro al mese e qualche domanda ben posta a una qualunque IA puoi sostituire interi reparti aziendali “faccio fare all’intelligenza artificiale, monetizzo subito e non devo pagare professionisti”. È lo stesso schema mentale che ha rovinato chi pensava di diventare milionario con le crypto seguendo il primo guru su YouTube.
L’intelligenza artificiale è uno strumento. Non qualcosa che deve sostituire le tue competenze. Può servirti a semplificare il lavoro, a prototipare qualcosa, ma (almeno per ora, per fortuna) non sostituisce le competenze reali e le teste pensanti. C’è una differenza abissale tra qualcosa che “sembra funzionare” sul tuo PC e qualcosa che deve gestire i dati, i soldi e la privacy di migliaia di persone nel mondo reale.
Non puoi permetterti di dire: “Vabbè, non ho le competenze tecniche in azienda, tanto ci pensa la IA”. Perché quando i dati dei tuoi utenti finiscono online, o quando il tuo sistema di pagamento viene bucato, o quando la tua Cookie Policy è un copia-incolla sbagliato e generato da un algoritmo, in tribunale ci vai tu, non l’intelligenza artificiale. Quando presenti un progetto con dentro numeri sbagliati generati da una IA, la figura di merda col cliente la fai tu, non la fa la IA.
Quindi?
Quindi, almeno fin quando la IA non ci renderà inutili, usate il cervello. Non cercate le scorciatoie a tutti i costi. Ragionate sulle implicazioni di quello che state facendo. Valorizzate le risorse aziendali, investite sulla formazione (quella vostra e quella dei dipendenti). Ho già scritto un articolo in merito e rischio anche di diventare ripetitivo, ma il succo è: non lasciate che le IA vi rendano pigri! Fate in modo che migliorino la vostra produttività, ma senza delegare ciecamente dei lavori che (almeno fin ora) ancora richiedono che dietro ci siano delle teste pensanti.






