Nell’ultimo periodo la sigla “GEO” (Generative Engine Optimization) è diventata particolarmente popolare. Un po’ perchè le persone tendono a utilizzare sempre più le IA invece di cercare su Google, un po perchè Google stesso ha inserito Gemini all’interno delle serp (search engine result page).
E quindi va da se che oggi “essere presenti per le IA” inizia a fare quasi più gola di “essere nelle prime posizioni di Google”.
E allora via con slide, webinar e corsi che promettono di svelare incredibili segreti della GEO. Il problema è che girano anche un sacco di imprecisioni. E noi oggi facciamo un po’ di fact-checking.
Si parla di “ottimizzazione per le AI” come se esistesse già uno standard unico, condiviso e noto. Non è così. E’ una “materia” recente. E’ ancora tutto in via di definizione e bisogna andarci coi piedi di piombo. Quindi, senza fare promesse che non si possono promettere, limitiamoci a fare le persone serie e mettere in fila quello che sappiamo AD OGGI, ben consapevoli del fatto che bisogna continuare a studiare, giorno dopo giorno, perchè è fisiologico che le cose cambieranno.
Come è fatto questo articolo?
Partiamo dal mettere un po’ di ordine: come prima cosa vi dico subito che tutte le informazioni che troverete in questo articolo provengono da fonti primarie: cose scritte dal signor Google, dal signor OpenAI, dal signor Microsoft, ecc ecc. Niente fonti esterne non ufficiali e non accreditate.
E poi la struttura: Questo articolo sarà diviso in due parti.
- Una prima parte in cui vi esporrò le basi e le differenze tra GEO e SEO e poi vi parlerò di cosa dicono veramente Google, OpenAI e Microsoft.
- E una seconda parte in cui parlerò dei 10 “miti da sfatare” e in cui tirerò le somme cercando di darvi delle linee guida reali, basate sulle precedenti analisi delle fonti primarie.
Sarà un percorso lungo, forse noioso, ma ci ho lavorato tanto e spero possiate apprezzare. Detto questo, iniziamo:
Il nome: GEO
I primi casini vengono fuori dalla confusione che sta dietro al nome GEO.
La formalizzazione del termine Generative Engine Optimization arriva da un paper accademico del 2024; Microsoft oggi usa esplicitamente il termine nelle sue comunicazioni ufficiali; Google e OpenAI, invece, pubblicano documentazione operativa su AI search, crawling, controlli e inclusione, ma non propongono un “manuale GEO” unico e universale. Messa insieme, questa documentazione suggerisce che “GEO” oggi sia soprattutto un’etichetta ombrello per pratiche diverse, non una disciplina con regole uniche già codificate.
SEO oppure GEO? Sono la stessa cosa? Spoiler: NO!
Se si vuole usare il termine in modo serio, il riferimento iniziale è il paper “GEO: Generative Engine Optimization”, accettato a KDD 2024.
Nel paper si parla della GEO come un paradigma per migliorare la visibilità dei contenuti nelle risposte dei motori generativi, non semplicemente come “farsi nominare dall’AI”.
La questione al centro del paper è la visibilità nelle risposte generate e questo include citazioni, presenza del contenuto nella risposta e il modo in cui viene presentata e citata la fonte.
Sempre in questo paper si mette bene in evidenza che i motori generativi non funzionano come una SERP classica: non restituiscono solo un elenco lineare di risultati, ma mettono insieme delle risposte sintetiche, con citazioni distribuite in modo diverso e con metriche di visibilità diverse rispetto al ranking tradizionale a cui sono abituati a fare affidamento quelli che lavorano in ambito SEO.
Quindi questa già è una bella differenza: GEO non significa “essere citati per nome”. In certi casi può essere così e magari il tuo brand verrà citato, ma è anche possibile che semplicemente una tua pagina verrà usata come fonte, citata, sintetizzata, ne verranno estratti dei concetti. Ma non si parla di lavorare per avere un super-rich-snippet su cui i potenziali clienti andranno a cliccare!
Anche Microsoft, quando parla di GEO nelle sue comunicazioni ufficiali, la collega al modo in cui i contenuti partecipano a quella che chiamano “AI-driven experiences”, cioè ad esperienze in cui contano citazioni, grounding, ragionamento e risultati, non solo click e posizionamento classico.
Cosa dice davvero Google
La documentazione ufficiale di Google, al momento, è molto meno sensazionalistica di tante slide che girano online.
Nella pagina “AI features and your website”, Google dice una cosa molto chiara: le best practice SEO restano valide anche per AI Overviews e AI Mode; non esistono requisiti aggiuntivi per apparire in queste esperienze; e non servono ottimizzazioni speciali dedicate alle AI features. Google poi entra in tante questioni tecniche, nominando elementi di coding che a noi ora non interessano, ma la sintesi è quella di cui abbiamo già parlato, ovvero che non esiste uno specifico schema.org “per apparire nell’AI”.
Quindi già questo dovrebbe aiutarvi a stare alla larga dai soliti fuffa guru che ci piacciono tanto.
Google ci dice che, anche per le AI, contano i fondamenti di base che già dovremmo conoscere: permettere il crawling, avere contenuti trovabili tramite linking interno, offrire una buona page experience all’utente, rendere disponibile il contenuto importante in forma testuale senza appiccicare il testo nelle immagini, usare immagini e video di qualità quando servono, fare in modo che i dati strutturati corrispondano al contenuto visibile e mantenere aggiornate informazioni sugli altri servizi Google come Merchant Center e Business Profile.
Inoltre, Google ribadisce di puntare su contenuti unici, utili e soddisfacenti per gli utenti! Quindi anche il lavoro sulla parte di pianificazione e creazione di contenuti editoriali rimane importante.
Google continua ad andare nella stessa direzione che percorre ormai da 10 anni (almeno): qualità del contenuto! I sistemi di ranking sono progettati per privilegiare contenuti utili, affidabili e creati per le persone, non contenuti prodotti per manipolare il ranking. Quindi tutti i “trucchetti” e quelle che un tempo erano chiamate tecniche di “black hat” non servono.
Cosa sono quindi i contenuti di qualità? Ce lo dice Google stesso : originalità, completezza, valore aggiunto, chiarezza delle fonti, fiducia, evidenza dell’esperienza e trasparenza su chi ha creato il contenuto.
E soprattutto chiarisce due cose che vengono spesso raccontate male:
- primo, E-E-A-T (Experience, Expertise, Authoritativeness, Trustworthiness) non è un fattore di ranking specifico;
- secondo, il trust è l’aspetto più importante fra quelli che Google usa per valutare i contenuti.
Sul rapporto tra AI e contenuti generati automaticamente, le cose invece sono più sfumate e le informazioni cambiano giorno dopo giorno: a volte sembra che Google sia meno ideologico di quanto molti ripetano visto che la documentazione ufficiale afferma che il focus è sulla qualità del contenuto, non sul modo in cui è stato prodotto.
Però poi saltano anche fuori articoli (sempre con maggior frequenza) che parlano dell’intenzione di Google di voler penalizzare i contenuti generati automaticamente. Google aggiunge anche una condizione decisiva: usare le AI o qualunque altra automatizzazione per generare un grosso volume di pagine senza aggiungere valore per gli utenti può violare la policy sullo scaled content abuse.
Quindi dove sta la linea di confine? boh. Per il momento come ho detto la cosa è ancora piuttosto sfumata, quindi staremo a vedere.
E poi c’è un altro punto spesso confuso: i controlli. Se un sito vuole limitare ciò che Google può mostrare nelle sue risposte o anteprime, non deve usare strumenti nuovi o misteriosi: in gran parte si tratta degli stessi controlli che esistono da anni per la normale ricerca su Google.
Poi però c’è un’altra impostazione, chiamata Google-Extended, che riguarda una cosa diversa. In parole semplici, serve a dire a Google se i contenuti di un sito possono essere usati anche per alcune funzioni legate alla sua intelligenza artificiale, come lo sviluppo e l’uso di certi sistemi basati su Gemini.
La cosa importante è questa: questa scelta non decide se il sito apparirà oppure no nei normali risultati di Google e non aiuta neppure a salire o scendere nel posizionamento. Riguarda un uso diverso dei contenuti.
Questo dettaglio è fondamentale, perché molte discussioni mescolano Google Search, Gemini Apps e altri sistemi come se fossero un blocco unico. Non lo sono!.
Infine, anche il tema misurazione va trattato con precisione: Google dice che i siti presenti nelle AI features sono inclusi nel traffico complessivo mostrato in Search Console, nel report Performance e nel search type “Web”. Inoltre si possono trovare informazioni anche dentro Analytics andando ad analizzare le fonti “referral”. Quindi non è corretto dire che “l’impatto dell’AI su Google non si può misurare”. Più giusto dire che si misura, ma dentro metriche aggregate, non sempre separate nel modo ideale per chi fa analisi.
Cosa dice davvero OpenAI
Nel caso di OpenAI, la documentazione ufficiale non propone una teoria generale della GEO, ma fornisce comunque un po di indicazioni operative piuttosto concrete su ChatGPT Search, crawler e controlli dei publisher. OpenAI dice che qualsiasi sito web pubblico può apparire in ChatGPT search.
Per fare in modo che il contenuto possa essere scoperto, citato e linkato chiaramente nei riassunti e snippet di ChatGPT, OpenAI raccomanda di non bloccare OAI-SearchBot. Se invece non vuoi che una pagina possa comparire nemmeno come link e titolo, la strada indicata è il noindex.
OpenAI distingue poi in modo netto i suoi user-agent.
- OAI-SearchBot serve per la presenza nei risultati di ricerca di ChatGPT;
- GPTBot serve al crawling per il possibile uso nell’addestramento dei modelli di base;
e ci dice che le due impostazioni sono indipendenti. Quindi noi possiamo decidere ad esempio che il nostro sito sarà usabile da Chat-GPT come fonte per gli utenti, ma non per addestrare il modello AI, e viceversa.
Quindi, come abbiamo visto anche per Google, non c’è “una sola AI”, ci sono alcuni bot che servono per “indicizzare” e altri che servono per “addestrare” i vari modelli che utilizziamo.
Sulla logica del ranking, OpenAI è piuttosto sobria: la pagina ufficiale su ChatGPT Search dice che il ranking si basa su una serie di fattori pensati per aiutare gli utenti a trovare informazioni affidabili e rilevanti, e, almeno che io sappia, non esistono comunicazioni o fonti ufficiali che spieghino strategie per garantire il top placement.
Sul fronte analytics, OpenAI fornisce un’indicazione utile e spesso ignorata: per gli utenti che consentono OAI-SearchBot, il traffico proveniente da ChatGPT può essere tracciato perché ChatGPT aggiunge automaticamente il parametro utm_source=chatgpt.com negli URL di referral. Quindi, anche qui, non è corretto dire che il traffico AI sia invisibile. Non è perfetto (almeno per ora), ma se lavoriamo un po’ con Analytics qualche dato salta fuori.
E poi sempre per quanto riguarda ChatGPT c’è un’eccezione importante, quella degli e-commerce. OpenAI ha attivato un programma per i merchant che prevede tutta una serie di features per migliorare la visibilità dei prodotti. Che ChatGPT voglia diventare una specie di personal shopper a cui spieghi per bene quello di cui hai bisogno e lui ti propone i risultati migliori? Possibile, ma ancora presto per dirlo.
Cosa dice davvero Microsoft/Bing
Microsoft è, tra i grandi player, quello che oggi usa il termine GEO in modo più esplicito nella comunicazione ufficiale. In un post del Bing Search Blog, Microsoft definisce la GEO come la pratica di comprendere come il contenuto partecipi alle esperienze guidate dall’AI, e spiega che, in un mondo AI-first, la visibilità non è più definita solo da ranking o click, ma anche da risposte, citazioni, ragionamento e risultati.
La novità più concreta, lato Bing, è AI Performance dentro Bing Webmaster Tools. Secondo la documentazione ufficiale, questo strumento ti dice quando i contenuti del tuo sito vengono citati nelle risposte AI su Microsoft Copilot, nei riassunti AI in Bing e in alcune integrazioni partner.
Quindi dal punto di vista della misurazione questo è un bel passo avanti rispetto a quello che ci dicono Google e ChatGPT. Le metriche incluse comprendono total citations, average cited pages, grounding queries, page-level citation activity e trend di visibilità nel tempo.
Ma Microsoft mette anche dei paletti molto chiari: il numero medio di pagine citate non c’entra niente con il concetto di ranking, authority o ruolo della pagina.
Le indicazioni operative di Microsoft sono probabilmente le più interessanti perché sono quelle più specifiche e concrete. La documentazione suggerisce di rafforzare profondità e competenza, migliorare struttura e chiarezza dei contenuti, usare heading chiari, tabelle e FAQ quando servono, supportare le affermazioni con esempi, dati e fonti citate, mantenere i contenuti aggiornati, allineare testo, immagini e video così che rappresentino in modo coerente entità, prodotti o concetti, usare IndexNow per segnalare gli aggiornamenti e, per il local, curare i dati in Bing Places for Business. Leggete la pagina che vi ho linkato perchè è molto interessante! Finalmente ci troviamo davanti una guida concreta, ma va presa per quello che è: un insieme di pratiche per favorire inclusione e citabilità, non una formula per “dominare l’AI”.
E soprattutto è molto interessante notare che le cose che leggiamo nella guida di Microsoft, non è che siano così tanto distanti dalle best practice che Google ci propone per la SEO.
Non esiste una “linea guida ufficiale GEO” unica
Se si leggono insieme Google, OpenAI e Microsoft, il quadro che emerge è abbastanza chiaro: non esiste oggi una normativa tecnica o una guida ufficiale unica, cross-platform, chiamata GEO, con regole universali valide per Google AI Overviews, ChatGPT Search, Copilot e tutto il resto.
E soprattutto è una attività estremamente in divenire: non bisogna fossilizzarsi su quello che è stato detto ad oggi, ma bisogna essere sempre costantemente aggiornati perchè siamo in un territorio veramente tanto tanto giovane.
Per oggi è tutto. Nella seconda e ultima parte di questo articolo, vi parlerò dei 10 miti da sfatare quando si parla di GEO e proverò a proporvi una sintesi delle linee guida da seguire che siano il più possibili attinenti con le fonti primarie.
Alla prossima!








